Conferenza sulla Brain Health in UniCamillus: il cervello come ecosistema

Esperti UniCamillus di Neurologia, Psichiatria, Nutrizione, Odontoiatria e Sociologia hanno mostrato come la salute cerebrale nasca dall’equilibrio tra corpo, mente, sonno e ambiente sociale

Un nuovo paradigma sta cambiando il modo in cui la medicina guarda al cervello. Non più un organo isolato, chiuso nella scatola cranica e assimilabile a una macchina di calcolo, ma un sistema complesso, dinamico, profondamente interconnesso con il corpo, con la mente e persino con la società.

È questo il cuore pulsante del concetto di Brain Health, al centro dell’evento scientifico ospitato presso l’Auditorium dell’Università UniCamillus lo scorso 19 maggio 2026, che ha riunito clinici, ricercatori e docenti in un dialogo interdisciplinare di straordinaria densità scientifica ed emotiva. Una conferenza dal titolo “Brain Health: l’Approccio Integrato tra Medicina del Sonno, Salute Mentale, Nutrizione e Salute orale”.

L’incontro è stato organizzato dal Prof. Andrea RomigiDocente di Neurologia presso l’Ateneo Medico nonché Responsabile del Centro di Medicina del Sonno dell’IRCCS Neuromed – nell’ambito del III Ciclo di Conferenze di Terza Missione UniCamillus “Dove la Scienza incontra la Società”. 

Hanno moderato le Prof.sse Barbara Tavazzi,  Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia di UniCamillus, e Donatella Padua, Delegata Rettorale alla Terza Missione UniCamillus nonché Responsabile Scientifica del ciclo di conferenze.

Oltre al Prof. Romigi, sono intervenuti i Proff. UniCamillus Gianfranco Peluso(Presidente Corso di Laurea Scienze della Nutrizione Umana), Paola Cozza (Presidente Corso di Laurea Odontoiatria e Protesi Dentaria), Stefania Chiappini (Docente di Psichiatria), Vera Kopsaj (Docente di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi e di Sociologia Generale), Valentina Alfonsi (Docente di Psicologia Generale) e Angelo Giovanni Icro Maremmani(Docente di Psichiatria).


Tavazzi: «Il cervello come ecosistema»

Ad aprire la riflessione è stata la Prof.ssa Barbara Tavazzi, che ha delineato con chiarezza la nuova visione della medicina contemporanea.

«Tradizionalmente il cervello è stato considerato un organo racchiuso nella scatola cranica deputato a funzioni complesse ma isolate. Oggi lo si interpreta come un vero e proprio ecosistema, in continua interazione con altri sistemi del corpo. Questa visione permette di comprendere meglio come il benessere cerebrale sia influenzato da fattori diversi, tra cui sonno, salute mentale, alimentazione e salute orale».

In un’epoca in cui stress, iperconnessione e pressione prestazionale attraversano la quotidianità, il cervello diventa il punto di convergenza di molteplici fattori biologici e ambientali.

«Prendersi cura di questi aspetti non significa solo prevenire malattie, ma migliorare la qualità della vita nel suo insieme.Un buon equilibrio del sonno e della salute mentale contribuisce infatti anche a migliorare le relazioni sociali e il benessere personale, rendendo l’individuo più stabile, sereno e in armonia con sé stesso e con gli altri».


Padua: «La Terza Missione è il valore della conoscenza condivisa» 

La Prof.ssa Donatella Padua  ha sottolineato il valore della Terza Missione universitaria: l’apertura della conoscenza scientifica alla società.  Una conoscenza descritta in modo efficace dalla docente come “mosaico”, dove ogni disciplina rappresenta una tessera che da sola è incompleta, ma che insieme alle altre costruisce un’immagine coerente della salute umana.

«In questo contesto, il sonno può essere osservato da una duplice prospettiva: da un lato come risultato di uno stato di salute o di malattia, dall’altro come fattore che contribuisce esso stesso a generare salute o patologia. Il sonno non è un elemento isolato, ma parte di un processo circolare che coinvolge l’intero equilibrio dell’individuo. Diventa quindi fondamentale capire su quale punto intervenire: se considerarlo come causa o conseguenza dei nostri stati di benessere o malessere».


Romigi: «Sonno, pilastro della salute cerebrale»

Il primo grande asse tematico è stata proprio la medicina del sonno, affrontata dal Prof. Andrea Romigi, che ha portato l’attenzione su un punto cruciale: il sonno non è riposo passivo, ma attività biologica intensissima. Durante il sonno il cervello elimina tossine, consolida la memoria, riorganizza le connessioni sinaptiche, regola emozioni e apprendimento. 

Eppure il sonno non è adeguatamente studiato dai ricercatori. «A livello globale esiste ancora una forte disuguaglianza nella conoscenza scientifica su questo tema: solo il 40% della popolazione mondiale è stata oggetto di studi sistematici sul sonno, mentre in molte aree del mondo le informazioni sono ancora limitate».

Eppure gli studi epidemiologici mostrano con chiarezza quanto il sonno insufficiente abbia impatto sulla salute pubblica. «Se si eliminasse questo fattore di rischio, si osserverebbe una riduzione importante di ictus, depressione e incidenti sul lavoro. Il peso economico di questi disturbi è enorme, arrivando a decine di miliardi di dollari, segno che il sonno dovrebbe essere considerato una priorità nelle strategie di sanità pubblica».

In Italia, i numeri sono significativi. «Almeno 6 milioni di persone soffrono di apnee notturne, un disturbo in cui la respirazione si interrompe durante il sonno causando numerosi micro-risvegli e una frammentazione del riposo.  Circa 8-9 milioni di persone soffrono invece di insonnia cronica. Dopo la pandemia, inoltre, si è registrato un aumento del 30% delle richieste di assistenza per disturbi del sonno. Tutto questo è rilevante perché il sonno insufficiente o di scarsa qualità è associato anche a un aumento del rischio di obesità, diabete e mortalità». 

Il sonno non dipende solo da fattori biologici, ma è influenzato anche da vita sociale e ritmi quotidiani. «Il nostro organismo è regolato da tre diversi “orologi biologici”: quello interno (che scandisce i ritmi del corpo), quello sociale (legato a scuola, lavoro e impegni) e quello solare (il ciclo luce-buio)». Quando questi non sono sincronizzati, si crea uno squilibrio chiamato social jet lag, cioè una sorta di “sfasamento” tra il ritmo naturale del corpo e quello imposto dalla vita sociale. Questo fenomeno è molto frequente negli adolescenti e può favorire problemi come depressione, maggiore ricerca di stimolanti, aumento di peso e alterazioni del metabolismo.

Il messaggio dunque è chiaro: dormire bene non è un lusso, ma una necessità biologica primaria.


Peluso: «Nutrizione, sonno e microbiota, l’intestino come “secondo cervello”»

Il Prof. Gianfranco Peluso ha illustrato in modo chiaro il ruolo del microbiota intestinale, cioè l’insieme dei microrganismi che vivono nel nostro intestino e collaborano con il corpo umano.

Peluso ha spiegato che il microbiota non è solo un gruppo di batteri, ma una vera risorsa per l’organismo. «Questi microrganismi hanno moltissimi geni in più rispetto a quelli umani e ci aiutano a produrre sostanze che da soli non riusciremmo a creare». In pratica, questi batteri “lavorano con noi” e ampliano le funzioni del nostro corpo. L’intestino quindi non serve solo a digerire, ma è collegato al cervello attraverso nervi, ormoni e sistema immunitario. 

L’esperto ha quindi evidenziato il legame con il sonno: i batteri intestinali producono sostanze come serotonina, GABA e melatonina, che influenzano umore e ritmo sonno-veglia. Quando il microbiota è in equilibrio, aiuta anche a regolare il sonno. Quando invece si altera (disbiosi), possono comparire problemi come insonnia, risvegli notturni, stress e difficoltà dell’umore. Il rapporto tra sonno e microbiota è bidirezionale: non solo l’intestino influenza il sonno, ma anche dormire poco o male può peggiorare la flora intestinale.

La conclusione del Prof. Peluso è netta: «una cattiva alimentazione può cambiare il microbiota in pochi giorni e, se lo squilibrio dura nel tempo, può influenzare a lungo la salute generale, incluso il cervello e il sonno».


Cozza: «Salute orale e sonno, la bocca come “porta del respiro”»

La Prof.ssa Paola Cozza ha evidenziato come i disturbi del sonno coinvolgano in modo diretto anche la salute orale, visto che la bocca è un elemento chiave della respirazione notturna.

Infatti, sebbene le problematiche respiratorie del sonno siano multifattoriali, spesso hanno origine nel cavo orale. La docente ha spiegato che uno dei meccanismi principali riguarda il rapporto tra la lingua e le ossa che la “contengono” (mandibola e mascella). Durante il sonno i muscoli si rilassano: la lingua perde tono e, se lo spazio nella bocca è ridotto, tende a spostarsi all’indietro verso la gola. Quando questo accade, la lingua può avvicinarsi o appoggiarsi alle vie aeree superiori, restringendo il passaggio dell’aria. È proprio questo “collasso posteriore” che può ostacolare la respirazione notturna e favorire russamento, micro-risvegli e, nei casi più importanti, apnee del sonno. Questo si traduce poi in sonnolenza diurna, ridotta concentrazione e peggioramento della qualità della vita.

L’ortodonzia può intervenire migliorando la geometria delle strutture orali. Tuttavia, negli adulti gli effetti dei dispositivi restano spesso sintomatici. Nel bambino, invece, l’intervento è più incisivo. Per questo l’esperta ha sottolineato l’importanza della prevenzione nei bambini: «intervenire precocemente significa modificare la crescita cranio-facciale e prevenire disturbi respiratori futuri».


Chiappini: «Sonno e mente hanno una relazione bidirezionale»

La Prof.ssa Stefania Chiappini ha parlato del legame profondo tra disturbi del sonno e salute mentale. Insonnia, ansia, depressione e disturbi dell’umore non sono entità separate, ma fenomeni interconnessi che condividono gli stessi circuiti neurobiologici: se il sonno si altera, anche l’equilibrio psicologico può risentirne.

Il sonno infatti non serve solo a “riposare”, ma è fondamentale per regolare emozioni, memoria e capacità di adattamento allo stress. Quando è disturbato, il cervello lavora in condizioni di sovraccarico. «Le alterazioni del sonno, in particolare l’insonnia, possono modificare la risposta allo stress e contribuire allo sviluppo dei disturbi mentali».

Un ruolo centrale è svolto dal già citato orologio biologico interno. Chiappini ha ricordato che esiste un sistema circadiano che regola il funzionamento dell’organismo: «È un sistema regolato da un orologio centrale e da geni come CLOCK e BMAL1, che sincronizza sonno, ormoni, metabolismo ed emozioni». Quando questo sistema si altera, anche l’equilibrio della mente si destabilizza.

La docente ha evidenziato inoltre come i disturbi dell’umore siano spesso legati a questa desincronizzazione: turni di lavoro notturni, jet lag o scarsa esposizione alla luce possono aumentare il rischio di ansia e depressione, proprio perché “sballano” il ritmo naturale del corpo.

Un altro punto importante riguarda la relazione a doppio senso tra sonno e disturbi psichici. «Non solo il sonno scarso peggiora l’umore, ma anche ansia e depressione peggiorano il sonno, creando un circolo vizioso».

Inoltre, il sonno è composto da fasi diverse, come REM e NREM, che servono anche a rielaborare emozioni e ricordi. Se queste fasi si interrompono, può essere più difficile gestire lo stress quotidiano. Il sonno, dunque, è una parte centrale della salute mentale: proteggerlo significa anche proteggere l’equilibrio emotivo e il benessere psicologico generale.


Kopsaj: «Il sonno come fattore sociale»

Con l’intervento della Prof.ssa Vera Kopsaj, l’attenzione si è spostata dal piano biologico a quello sociale. La relazione si è aperta con una domanda semplice ma provocatoria: «Avete sonno? Se sì, perché non dormite adesso?». 

Da qui la riflessione: il sonno non dipende solo dalla stanchezza fisica, ma anche dal contesto in cui viviamo. «Non dormiamo solo quando abbiamo sonno, ma quando le condizioni sociali ce lo permettono».  Kopsaj ha quindi proposto un cambio di prospettiva: il cervello non è solo un organo biologico, ma un sistema profondamente relazionale, un nodo attraversato dalle relazioni quotidiane. Quando andiamo a dormire, infatti, non lasciamo fuori la nostra vita sociale: portiamo con noi emozioni, conflitti, legami e stress. «Il sonno è influenzato da relazioni affettive, precarietà lavorativa, ansie economiche e iperconnessione digitale».

Elemento centrale è ovviamente il ruolo delle relazioni sociali: avere reti di supporto solide migliora il benessere generale e quindi anche la qualità del sonno, mentre solitudine e isolamento aumentano il rischio di insonnia e stress.

In questa prospettiva, il sonno non è solo un fattore individuale, ma un fenomeno sociale: dipende da  età, lavoro, condizioni economiche, relazioni e persino dal senso di sicurezza percepita.


Alfonsi: «Ciclo della vita e fragilità del sonno»

La Prof.ssa Valentina Alfonsi ha spiegato come il sonno non sia qualcosa di statico, ma cambi profondamente lungo tutto l’arco della vita, sia per quantità che per qualità. «Nei bambini il sonno è molto più lungo e serve allo sviluppo del cervello, mentre negli adulti si stabilizza, e nell’anziano tende a ridursi e a diventare più leggero».

Con l’invecchiamento, infatti, non cambia solo quanto si dorme, ma anche come si dorme. Alfonsi ha evidenziato che «aumenta il tempo di veglia e diminuisce il sonno profondo e ristoratore». In particolare, si riduce il sonno REM e si frammenta il sonno, con più risvegli notturni e un riposo meno continuo.

Anche i ritmi biologici si modificano. «Nell’anziano si osserva un’anticipazione del ritmo sonno-veglia, con tendenza ad addormentarsi e svegliarsi prima». Questo significa che l’orologio interno si “sposta” in avanti. La docente ha spiegato che questi cambiamenti sono fisiologici, ma possono diventare problematici quando si sommano ad altri fattori tipici dell’età avanzata, come malattie croniche, farmaci o isolamento sociale

Un aspetto importante riguarda ciò che accade al cervello mentre dormiamo. «Durante il sonno, si attiva una sorta di sistema di “pulizia” che elimina sostanze di scarto e proteine potenzialmente tossiche accumulate nel corso della giornata. Questo meccanismo è fondamentale per proteggere memoria, apprendimento e funzioni cognitive». Quando il sonno è scarso o frammentato, questo processo di eliminazione diventa meno efficace. Di conseguenza, alcune proteine associate alle malattie neurodegenerative – come la beta-amiloide e la proteina tau, legate all’Alzheimer – possono accumularsi più facilmente nel cervello. 

Tuttavia, non tutti gli anziani vanno incontro a questo peggioramento. La docente ha citato i cosiddetti “super agers”, over 80enni che mantengono buone capacità cognitive. In questi casi, «il sonno resta uno dei principali fattori protettivi per un invecchiamento sano».


Maremmani: «Il rischio della semplificazione»

Nella tavola rotonda finale, il Prof. Angelo Giovanni Icro Maremmani ha riportato l’attenzione sulla pratica clinica quotidiana, sottolineando come il sonno sia spesso sottovalutato.

In psichiatria il sonno non è mai un elemento secondario. «Spesso viene visto solo come un sintomo, ma può presentarsi in forme diverse: insonnia nei disturbi dell’umore, insonnia nei quadri depressivi oppure ipersonnia». Questi segnali, secondo Maremmani, sono spesso indicatori precoci di uno squilibrio più ampio.

Il problema principale emerge quando si passa alla gestione dell’insonnia. Nella pratica clinica, infatti, il rischio è quello di semplificare troppo. «Il paziente dice semplicemente “non dormo” e spesso ci si ferma lì» ha spiegato, descrivendo un approccio ancora troppo frequente.

Da questo punto si arriva facilmente alla terapia farmacologica. «Gli ipnotici vengono prescritti anche correttamente secondo le linee guida, ma nella realtà molti pazienti non riescono a sospenderli». Il risultato può essere una dipendenza funzionale, in cui il farmaco diventa necessario per dormire senza risolvere la causa del disturbo. Questo porta a una doppia criticità: il problema del sonno tende a cronicizzarsi e, allo stesso tempo, si aggiunge una possibile dipendenza da farmaci. 

Il docente ha quindi richiamato l’importanza di un approccio più attento e multidisciplinare, invitando a considerare l’insonnia non come un sintomo isolato, ma come una condizione complessa che merita un’analisi approfondita.


Un unico fil rouge: la salute come equilibrio vivente

Ciò che emerge con forza dall’intero evento è un’unica, potente idea: nulla nel cervello esiste da solo. 

Il sonno dialoga con il microbiota. Il microbiota influenza la mente. La mente influenza il comportamento sociale. La società modifica il sonno. Il sonno, a sua volta, modula il cervello. È una rete circolare, dinamica, continua.

L’evento sulla Brain Health di UniCamillus non è stato solo un convegno scientifico, ma un vero esercizio di visione: ha mostrato che la salute del cervello non si costruisce in un laboratorio né in una singola specialità medica, ma nell’incontro tra discipline, persone e contesti di vita.

La lezione finale è semplice e profondamente umana: prendersi cura del cervello significa prendersi cura del sonno, del corpo, della mente e delle relazioni che ci attraversano.

Un invito, silenzioso ma potente, a ripensare la medicina non come somma di parti, ma come ascolto dell’individuo nel suo insieme.

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