Hantavirus: il ritorno silenzioso di una zoonosi antica

«Non è un nuovo Covid: il rischio pandemico oggi resta molto basso». La Prof.ssa Vicenti di UniCamillus spiega la situazione

Tanti di noi (tantissimi!) non ne avevano mai sentito parlare prima. Ma è bastata una notizia di attualità per scatenare il panico sociale. E, dopo il 2020, non c’è da biasimarci. Tuttavia non si tratta di un virus nuovo, e non è nemmeno un’eccezione. L’hantavirus è una presenza silenziosa che la medicina conosce da decenni, ma che riemerge solo quando cambiano gli equilibri tra ambiente, animali e uomo: non un’esplosione improvvisa, ma un ritorno ciclico che segue le oscillazioni delle popolazioni di roditori e delle condizioni ecologiche che ne regolano la diffusione.

Origini e storia del virus

A chiarirci le idee è la Prof.ssa Ilaria Vicenti, Docente di Microbiologia e Microbiologia Clinica presso l’Università UniCamillus, che inquadra subito il virus in una storia lunga e complessa, tutt’altro che recente. «Gli hantavirus sono un gruppo di virus che circolano soprattutto tra i roditori selvatici, che rappresentano il loro principale serbatoio. Recentemente sono tornati all’attenzione dei media a causa di un focolaio su una nave da crociera, la MV Hondius, nel maggio 2026, che ha causato 3 decessi e 11 casi confermati». 

La loro presenza, però, è nota da tempo. «Una delle prime possibili tracce di malattia associata a questi virus risale addirittura al 1500 a Londra, mentre il virus è stato identificato per la prima volta in Corea del Sud negli anni ’70, vicino al fiume Hantan, da cui prende il nome. In seguito, negli anni ’90, sono stati osservati focolai anche in Sud America, dove è comparso un ceppo particolare, chiamato Andes, che in rari casi può anche passare da persona a persona». 

È stato proprio il ceppo Andes a essere identificato come protagonista del recente evento di attualità legato alla nave da crociera, attirando nuovamente l’attenzione della comunità scientifica e dei media internazionali. 

Distribuzione geografica e rischio reale

La distribuzione geografica è disomogenea e contribuisce a definire il rischio epidemiologico reale. «Nel mondo esistono diversi tipi di hantavirus – continua la Prof.ssa Vicenti – In Europa e in Asia circolano i ceppi del Vecchio Mondo, come Hantaan e Puumala, che possono causare una malattia simile a una forma di febbre con coinvolgimento dei reni. In questi casi, però, la mortalità è generalmente bassa, spesso sotto l’1% nei ceppi europei più comuni. Nelle Americhe, invece, circolano i ceppi del Nuovo Mondo, come Sin Nombre e il già citato Andes, che possono provocare una forma più grave che coinvolge soprattutto polmoni e cuore, con una mortalità che nei casi più seri può arrivare anche al 30-50%».
Ma la docente ci rassicura: in Italia e in Europa il rischio per la popolazione resta comunque basso ed è legato soprattutto al contatto con ambienti contaminati da roditori infetti.

Come avviene la trasmissione

La trasmissione dell’hantavirus all’uomo avviene quasi sempre in modo indiretto e ambientale.

«Il contagio avviene soprattutto respirando minuscole particelle contaminate da urina, feci o saliva dei roditori infetti – afferma la docente – Ogni tipo di hantavirus è di solito legato a una sola specie di roditore, che funge da serbatoio naturale: questi animali possono portare il virus per lungo tempo senza ammalarsi e continuano a eliminarlo nell’ambiente». 

Nella grande maggioranza dei casi, quindi, il virus non si trasmette da persona a persona. Il passaggio uomo-uomo è estremamente raro e riguarda solo particolari situazioni legate al ceppo Andes, in contesti di contatto molto stretto e prolungato.

Perché non diventa una pandemia

Per capire perché l’hantavirus, nonostante possa causare forme anche molto gravi, non abbia mai generato una pandemia globale, il confronto con il COVID-19 diventa inevitabile. La differenza principale, infatti, non riguarda tanto la pericolosità del singolo caso quanto la capacità del virus di passare facilmente da una persona all’altra. 

È proprio su questo punto che la Prof.ssa Vicenti invita a fare chiarezza. «La differenza con il COVID-19 è soprattutto nella capacità di trasmettersi tra le persone. Il SARS-CoV-2 si diffonde molto facilmente da individuo a individuo: in media, una persona infetta poteva contagiarne 2 o 3 nelle fasi iniziali della pandemia, permettendo una diffusione rapida e globale. Negli hantavirus, invece, il contagio tra persone è raro e nella maggior parte dei casi non avviene affatto, perché il virus si trasmette soprattutto dagli animali all’uomo». 

Anche nei rari focolai legati al ceppo Andes, la diffusione non riesce a mantenersi nel tempo né a espandersi su larga scala grazie alle misure di isolamento e controllo dei contatti. «In questi casi, una persona infetta può trasmettere il virus a poco più di un’altra persona nelle fasi iniziali del focolaio – spiega la Prof.ssa Ilaria Vicenti – ma il numero dei contagi tende a ridursi rapidamente una volta individuati i casi e applicate le misure di controllo, come isolamento, tracciamento dei contatti e protezioni sanitarie».

Sintomi e difficoltà diagnostica

Uno degli aspetti che rende l’hantavirus più difficile da riconoscere è che, almeno nelle fasi iniziali, i sintomi possono essere facilmente confusi con quelli di una comune infezione virale. Ed è proprio questa somiglianza a complicare una diagnosi tempestiva, soprattutto quando non esiste un sospetto epidemiologico legato all’esposizione ai roditori.

«I sintomi iniziali dell’infezione da hantavirus, nelle forme più gravi che possono colpire i polmoni, sono spesso poco specifici. I più comuni sono febbre, forte stanchezza, dolori muscolari, mal di testa e disturbi gastrointestinali. Può quindi sembrare inizialmente una semplice influenza».

Nelle forme in cui è stata osservata anche una trasmissione tra persone, il periodo tra il contagio e la comparsa dei sintomi è in genere di 2-4 settimane, ma in alcuni casi può arrivare fino a circa 40 giorni. 

Diagnosi e gestione clinica

La diagnosi precoce è fondamentale soprattutto per la gestione dei casi e per la sanità pubblica, più che per una terapia mirata. «Si basa su esami di laboratorio che cercano direttamente il virus o la risposta del sistema immunitario. In particolare si possono individuare il materiale genetico del virus oppure i primi anticorpi prodotti dall’organismo, attraverso un semplice campione di sangue. La rapidità della diagnosi è importante soprattutto per riconoscere i casi e attivare le misure di isolamento e di controllo dei contatti, più che per avviare una terapia mirata» evidenzia la Prof.ssa Vicenti.

Purtroppo, non esistono cure specifiche né vaccini approvati. Il trattamento è quindi di supporto e serve ad aiutare il paziente mentre l’organismo combatte l’infezione: nei casi più lievi può bastare l’ossigeno, mentre nei casi più gravi si ricorre alla ventilazione assistita o al supporto delle funzioni vitali. «Alcuni farmaci antivirali, come Ribavirina e Favipiravir, sono ancora in fase di studio, ma non hanno un’efficacia definitivamente confermata».

Prevenzione e controllo ambientale

La prevenzione resta il pilastro centrale, ed è basata su misure comportamentali e ambientali. «Per i virus trasmessi solo dai roditori, le misure più efficaci riguardano soprattutto il controllo degli animali a livello generale, mentre a livello individuale è importante evitare il contatto con escrementi in ambienti chiusi – continua Vicenti – L’Organizzazione Mondiale della Sanità, inoltre, raccomanda di non sollevare polvere durante la pulizia di locali potenzialmente contaminati, ma di inumidire prima le superfici e poi procedere alla disinfezione». Il virus, infatti, è sensibile ai disinfettanti perché è “rivestito” da una struttura lipidica: questo rivestimento si danneggia facilmente a contatto con sostanze come l’ipoclorito, presente ad esempio nella candeggina, che riescono quindi a inattivare rapidamente il virus. 

«Nei rari casi in cui si è osservata una possibile trasmissione tra persone del ceppo Andes, come nell’episodio della nave da crociera MV Hondius, le autorità sanitarie come CDC ed ECDC raccomandano misure di sorveglianza o quarantena dei contatti stretti fino a circa 40 giorni, insieme all’uso di dispositivi di protezione per gli operatori sanitari».

Percezione del rischio e comunicazione

In questo equilibrio si inserisce anche il tema della comunicazione del rischio sanitario, che spesso non coincide con la reale situazione epidemiologica. «Per evitare allarmismi è fondamentale contestualizzare i numeri, spiegare i meccanismi reali di trasmissione e comunicare in modo trasparente ciò che è noto e ciò che invece è ancora in studio» afferma la docente. Il punto centrale, infatti, è la distanza tra ciò che accade davvero e ciò che viene percepito.

«L’errore più comune è associare automaticamente la comparsa di un nuovo virus al rischio immediato di una pandemia – continua la Vicenti – In realtà, perché un virus possa diffondersi globalmente devono coesistere diverse caratteristiche biologiche: elevata trasmissibilità tra persone, capacità di diffondersi prima dei sintomi, adattamento efficiente all’uomo e assenza di immunità nella popolazione».

Il ruolo del cambiamento climatico

Anche i cambiamenti ambientali possono avere un ruolo indiretto. Il cambiamento climatico e le alterazioni degli ecosistemi possono infatti influenzare la circolazione degli hantavirus: inverni più miti o periodi di piogge intense possono favorire l’aumento dei roditori, che sono il principale serbatoio del virus. Questo aumenta la probabilità di contatto tra uomo e animale e quindi il rischio di infezione: un esempio storico è l’epidemia del 1993 nella regione del “Four Corners” negli Stati Uniti, legata proprio a un aumento anomalo della popolazione di roditori.

Nel caso dell’hantavirus, però, queste condizioni non si combinano in modo da sostenere una diffusione tra persone. Per questo resta un esempio tipico di infezione che passa dagli animali all’uomo: un virus antico, presente da sempre, che riemerge non perché nuovo, ma perché cambiano le condizioni che lo rendono visibile.