Studenti UniCamillus analizzano il caso dell’ammiraglio Horatio Nelson: un chirurgo maxillo-facciale avrebbe potuto cambiare la storia d’Europa?

Ne parliamo direttamente con Iga Mamińska, studentessa di Medicina che ha partecipato al progetto d’Ateneo “Studenti per la ricerca”

Un gruppo internazionale di ricercatori e di studenti dell’Università UniCamillus ha sviluppato uno studio interdisciplinare che unisce medicina, chirurgia maxillo-facciale e storia militare per analizzare un celebre episodio della vita dell’ammiraglio Horatio Nelson.

L’obiettivo della ricerca è stato indagare le conseguenze di un trauma facciale subito da Nelson durante la battaglia di Calvi nel 1794, quando un impatto da frammenti di pietra causò una grave lesione oculare destra, portando alla perdita della vista. 

Questo evento è stato collegato anche alla successiva battaglia di Copenaghen, in cui Nelson ricevette l’ordine di ritirarsi mentre era impegnato nello scontro navale. Nonostante il segnale fosse stato chiaramente trasmesso, egli portò il cannocchiale all’occhio destro, già cieco a causa della precedente ferita, e dichiarò di “non vedere alcun segnale”. Questo gesto simbolico gli permise di giustificare la scelta di ignorare l’ordine e proseguire l’attacco, contribuendo in modo decisivo alla vittoria britannica

Da questo episodio deriva anche il celebre modo di dire inglese “to turn a blind eye”, che significa “fare finta di non vedere” o ignorare volontariamente qualcosa, entrato stabilmente nel linguaggio comune proprio grazie alla figura di Nelson.

Lo studio UniCamillus, dal titolo “Un chirurgo maxillo-facciale avrebbe potuto cambiare la storia d’Europa?”, si è concentrato sull’analisi di tre calchi del volto dell’ammiraglio realizzati tra il 1798 e il 1800, confrontandoli con la documentazione storica della battaglia di Calvi e con le conoscenze moderne delle fratture del complesso zigomatico e delle neuropatie ottiche traumatiche. 

I risultati suggeriscono la possibile presenza di una frattura dello zigomo destro associata a segni compatibili con danno oculare, ma indicano anche che la perdita della vista non sarebbe stata direttamente causata dalla frattura stessa, né risolvibile con un intervento chirurgico maxillo-facciale, anche secondo le conoscenze odierne.

L’indagine è avvenuta nell’ambito del progetto UniCamillus “Studenti per la ricerca”, ideato per coinvolgere gli studenti in attività scientifiche reali. 

Lo studio sull’ammiraglio Nelson è stato portato presentato al 27° congresso della European Association for Cranio-Maxillo-Facial Surgery nel 2024, ed è stato condotto da Iga Mamińska e Martina Longo (studentesse UniCamillus), Nikhil Cascone (Barts Health NHS Trust, Royal London Hospital), Haizhong Zhang (Chinese PLA General Hospital), e dal Prof. Piero Cascone (Docente UniCamillus di Chirurgia Maxillo-Facciale) come responsabile della ricerca.

Per saperne di più, abbiamo intervistato Iga Mamińska, studentessa UniCamillus di Medicina e Chirurgia nonché una delle autrici dello studio.

Ciao Iga! Che anno frequenti e in cosa ti piacerebbe specializzarti?

«Frequento il sesto anno di Medicina. Mi piacerebbe specializzarmi in un ambito che combini attività clinica e chirurgica, perché ho sempre avuto un forte interesse per la chirurgia, in particolare per la microchirurgia.»

Parlaci un po’ di “Studenti per la ricerca”…

«“Studenti per la ricerca” è un progetto ideato dal Prof. Piero Cascone con l’obiettivo di coinvolgere gli studenti in attività di ricerca clinica e scientifica. Offre la possibilità concreta di partecipare a studi, collaborare con specialisti e contribuire a pubblicazioni scientifiche e congressi. È un’opportunità molto formativa perché permette di avvicinarsi alla ricerca già durante il percorso universitario.»

Cosa ti ha spinto a partecipare a questo studio su Horatio Nelson?

«L’idea iniziale è stata proposta dal Prof. Cascone, che è molto appassionato della figura di Horatio Nelson e del suo impatto sulla storia europea. Mi ha colpito subito il carattere interdisciplinare del progetto, che unisce medicina, chirurgia maxillo-facciale e storia.»

Ma com’è nata l’idea di analizzare i calchi del volto di Nelson dal punto di vista medico?

«L’idea è nata dal fatto che i calchi del volto rappresentano le impronte più fedeli e oggettive della fisionomia di Nelson. A differenza dei ritratti artistici, che possono essere influenzati dall’interpretazione dell’artista, i calchi permettono di osservare direttamente segni anatomici reali. In questi calchi abbiamo identificato diverse lesioni compatibili con un trauma facciale, quali appiattimento della guancia destra, depressione dell’eminenza malare e del margine infraorbitario destro, distopia oculare all’occhio destro e posizione depressa del globo oculare destro.»

Quali erano gli obiettivi principali dello studio?

«L’obiettivo principale era capire se il trauma subito da Nelson durante la battaglia di Calvi avesse causato non solo la cecità dell’occhio destro, ma anche una possibile frattura dello zigomo destro. Inoltre volevamo valutare se un trattamento maxillo-facciale moderno avrebbe potuto cambiare l’esito clinico.»

Quali strumenti o metodi avete usato?

«Abbiamo analizzato i calchi del volto confrontando parametri morfologici tipici delle fratture zigomatiche, come la simmetria facciale e la posizione dei globi oculari. Abbiamo integrato queste osservazioni con fonti storiche e letteratura medica moderna sulle fratture del complesso zigomatico.»

Qual è stata la scoperta più sorprendente?

«La cosa più sorprendente è stata la compatibilità dei segni nei calchi con una possibile frattura zigomatica. Tuttavia, è emerso anche che la perdita della vista probabilmente non sarebbe stata evitabile nemmeno con tecniche chirurgiche moderne.»

Cosa ci dice questa ricerca sulla medicina del XVIII secolo?

«Mostra chiaramente i limiti dell’epoca: diagnosi basate solo sull’osservazione e assenza di strumenti avanzati. Molte lesioni complesse potevano non essere comprese o trattate correttamente.»

In quanti eravate per questo studio? Ci avete lavorato per molti mesi?

«Il team era composto dal Prof. Cascone, da me, da un’altra studentessa – Martina Longo – , un oculista e un partecipante straniero proveniente da un dipartimento di Stomatologia in Cina. Abbiamo lavorato al progetto per diversi mesi, soprattutto nella fase di raccolta dati, analisi e revisione della letteratura.»

Ti ha colpito qualcosa nella storia di Nelson che non conoscevi prima di fare lo studio?

«Sì, mi ha colpito molto sia la sua relazione con Lady Hamilton – che era particolarmente intensa e non convenzionale per l’epoca – sia la sua straordinaria resilienza. Nonostante numerose malattie e traumi, ha continuato a reggere un ruolo decisivo nella storia europea, dimostrando una determinazione eccezionale.»

Ci saranno sviluppi ulteriori in merito a questo studio?

«Certo che sì! Ci piacerebbe sviluppare ulteriormente questo progetto utilizzando tecnologie avanzate, come l’intelligenza artificiale e la ricostruzione digitale 3D, per analizzare in modo ancora più dettagliato le lesioni facciali. Questo potrebbe permettere una comprensione ancora più precisa del trauma e delle sue conseguenze.

Ci sono altre figure storiche che ti piacerebbe studiare?

«Sì, per esempio Enrico V d’Inghilterra, che subì un grave trauma facciale a causa di una freccia. Sarebbe interessante analizzarlo con le tecniche moderne!»

Pensi che questa esperienza influenzerà il tuo futuro?

«Sì, mi ha confermato l’interesse per la chirurgia e per l’integrazione tra pratica clinica e ricerca scientifica. Mi ha confermato inoltre il mio interesse per le discipline chirurgiche, in particolare quelle che permettono un approccio completo al paziente.»