L’Università UniCamillus racconta la “Salute delle Donne”, in un percorso tra dermatologia, gravidanza e violenza di genere

Un convegno interdisciplinare è stato organizzato dall’Ateneo, per leggere la medicina oltre la clinica, come intreccio di fattori biologici, sociali e istituzionali. Interventi dei Proff. Garcovich e Liuzzi e dell’Avv.ta Dott.ssa Bolettieri.

La salute delle donne, troppo spesso, racconta prima le ferite della società che quelle del corpo. Ci sono condizioni che non iniziano in un ambulatorio e non finiscono con una diagnosi: si insinuano prima lentamente nella vita quotidiana, nei silenzi, nella mancata prevenzione, nelle difficoltà di accesso alle cure, nei rapporti di forza che attraversano il corpo femminile molto prima che diventi un tema clinico.

Ed è proprio alla salute delle donne che l’Università UniCamillus, lo scorso 5 maggio, ha dedicato il Convegno “Salute delle Donne oggi: patologie croniche, infettive e condizioni di vulnerabilità”, nell’ambito del Ciclo di Conferenze di Terza Missione dell’Ateneo, con la Prof.ssa Donatella Padua – Delegata Terza Missione – come Coordinatrice Scientifica. 

L’evento si è aperto con i saluti istituzionali della Prof.ssa Barbara Tavazzi, Preside della Facoltà Dipartimentale di Medicina e Chirurgia dell’Ateneo, e si è svolto con la moderazione della Prof.ssa Sofia Colaceci, Delegata del Rettore alle Pari Opportunità.

Gli interventi che si sono susseguiti sono stati quelli dei seguenti esperti: Prof. Simone Garcovich, Docente UniCamillus di Malattie Cutanee e Veneree; Prof.ssa Giuseppina Liuzzi, Docente UniCamillus di Malattie Infettive nonché Responsabile del Centro per la Prevenzione e Cura delle Infezioni in Gravidanza presso l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani”; Avv.ta Dott.ssa Roberta Bolettieri, Presidente della Fondazione “La Crisalide in Rete APS”.

I relatori, grazie alla provenienza da ambiti clinici e istituzionali differenti, hanno fornito una lettura unitaria e completa della salute femminile come percorso complesso, in cui i fattori biologici, clinici e sociali si intrecciano profondamente. 


Il corpo che parla: salute femminile e determinanti sociali

Le malattie infiammatorie croniche della cute mostrano una chiara componente di genere: nelle donne risultano più frequenti o con andamento clinico più complesso, anche per l’influenza della modulazione ormonale sul sistema immunitario. In particolare, il sistema immunitario femminile è più reattivo, caratteristica che contribuisce a una maggiore predisposizione a condizioni infiammatorie e autoimmuni che coinvolgono anche la pelle.

In gravidanza, questa vulnerabilità diventa ancora più netta. Alcune infezioni, come citomegalovirus o toxoplasmosi, possono attraversare la barriera materno-fetale e incidere sullo sviluppo del bambino, con conseguenze che la letteratura scientifica collega a danni neurologici, ritardi di crescita e complicanze permanenti. È un passaggio delicato in cui la prevenzione non è un gesto tecnico, ma un atto di protezione della vita che sta nascendo.

E poi c’è ciò che spesso non si vede nei dati clinici, ma li attraversa tutti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che una donna su tre nel mondo abbia subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita. In Italia, l’ISTAT rileva che il 31,9% delle donne tra i 16 e i 75 anni ha vissuto almeno un episodio di violenza. Numeri che parlano di una condizione diffusa, che non si limita a una ferita temporanea, ma si riflette nel tempo sulla salute fisica e mentale, influenzando anche i percorsi ginecologici, dermatologici e ostetrici.

È qui che i tre livelli si toccano: la pelle come primo segnale, la gravidanza come momento di massima esposizione, la violenza come condizione che può precedere e condizionare tutto il resto.

Ed è da questa consapevolezza che diventa necessario cambiare prospettiva: non leggere più la salute femminile come somma di eventi isolati, ma come qualcosa che si costruisce – o si compromette – dentro il modo in cui una società protegge, ascolta e interviene prima che il corpo arrivi a parlare.


La pelle: il linguaggio biologico e sociale delle differenze

L’intervento del Prof. Garcovich ha restituito alla cute il ruolo di vero e proprio “organo narrativo” delle differenze tra uomo e donna. «La cute è l’organo più grande del corpo, con funzioni di barriera, immunologiche e di comunicazione» ha ricordato, sottolineando come non si tratti di una “superficie passiva”, ma di un sistema biologico attivo che riflette in tempo reale ciò che accade all’interno dell’organismo.

Da qui si è sviluppato il cuore della riflessione: la medicina di genere come chiave imprescindibile per comprendere le patologie cutanee. «La prospettiva di genere è il primo vero passo per una medicina personalizzata e centrata sul paziente» ha affermato il docente, ribadendo che le differenze tra uomini e donne non sono marginali, ma strutturali, e pesano su incidenza, gravità e risposta terapeutica delle malattie.

Il docente ha richiamato il ruolo dei fattori genetici, ormonali e immunologici. Le donne presentano una risposta immunitaria più intensa, sia innata che adattativa, che da un lato garantisce una maggiore protezione contro alcune infezioni, ma dall’altro aumenta il rischio di patologie autoimmuni e infiammatorie. Negli uomini, invece, la risposta immunitaria tende ad essere più orientata verso determinati meccanismi infiammatori, con conseguenze diverse sull’espressione clinica delle malattie.

Particolarmente centrale è il ruolo degli ormoni. Se gli estrogeni migliorano idratazione, elasticità e capacità di guarigione della pelle, gli androgeni aumentano la produzione di sebo e influenzano condizioni come l’acne e le patologie delle ghiandole sebacee.  «Le variazioni ormonali in una donna (pubertà, ciclo mestruale, gravidanza, menopausa) modificano profondamente il comportamento delle malattie cutanee» è stato sottolineato dall’esperto, evidenziando come la pelle sia un organo dinamico, che cambia con il tempo e con le fasi della vita.

Ampio spazio è stato dedicato alle patologie croniche, che rappresentano la maggior parte delle condizioni dermatologiche conosciute. Acne dell’adulto femminile, idrosadenite suppurativa e lichen sclero-atrofico sono state descritte come esempi emblematici di malattie sottovalutate nella loro gravità. 

A partire da quella più comune e conosciuta: l’acne. «Non è affatto è una malattia lieve: nei casi più severi può avere un impatto psicologico significativo e arrivare a compromettere la qualità di vita» ha ricordato Garcovich, collegando così la dimensione clinica a quella emotiva e sociale. Il dato epidemiologico sull’acne adulta femminile, con una prevalenza che può arrivare fino al 22% tra i 18 e i 40 anni, si inserisce in un quadro più ampio di sofferenza cronica spesso sottovalutata.

L’idrosadenite – malattia infiammatoria cronica della pelle che provoca noduli dolorosi, ascessi e fistole, soprattutto in zone come ascelle, inguine e sotto il seno  con il suo andamento doloroso e invalidante, e il lichen – che provoca invece lesioni pruriginose – con possibili evoluzioni anche oncologiche, hanno completato il quadro di una dermatologia che non riguarda mai solo l’estetica, ma la vita quotidiana di una donna.

Il messaggio conclusivo ha riportato tutto a una necessità sistemica: molti trial clinici non distinguono adeguatamente tra uomini e donne, e questo limita la possibilità di costruire terapie realmente personalizzate.


La gravidanza tra vulnerabilità immunologica e responsabilità clinica

L’intervento della Prof.ssa Liuzzi ha portato il focus sulla gravidanza come fase di profonda riorganizzazione biologica, in cui il sistema immunitario materno si modula fisiologicamente per permettere lo sviluppo del feto, ma al tempo stesso aumenta la suscettibilità alle infezioni. 

Uno degli aspetti centrali riguarda il timing dell’infezione. «Nel momento in cui si approccia una donna in gravidanza con un problema infettivo, è fondamentale capire quando è stata contratta l’infezione» ha sottolineato Liuzzi. Il primo trimestre è stato indicato come la fase più critica, perché coincide con l’organogenesi dell’embrione: è in questo periodo che un’infezione può determinare le conseguenze più gravi sullo sviluppo fetale.

La rosolia è stata citata come esempio di successo della sanità pubblica: in Italia dal 2021 non si registrano più casi autoctoni. Tuttavia, proprio questo risultato ha cambiato l’approccio clinico: «Oggi lo screening non deve essere più offerto di routine, perché genera solo ansia inutile» ha spiegato la docente, evidenziando come la medicina preventiva debba adattarsi all’evoluzione epidemiologica.

Il citomegalovirus è stato indicato come la principale infezione congenita attuale. Il rischio di trasmissione varia con l’età gestazionale: più precoce è l’infezione, maggiore è il danno potenziale, anche se la trasmissione può essere più frequente nel terzo trimestre. L’introduzione delle terapie antivirali ha rappresentato un punto di svolta, riducendo la trasmissione materno-fetale di oltre il 60%.

La toxoplasmosi è stata affrontata non solo come problema clinico, ma anche educativo, sottolineando l’importanza della prevenzione alimentare e comportamentale. Il parvovirus B19, in aumento negli ultimi anni in Europa, è stato collegato a complicanze come anemia fetale e idrope. L’HIV ha invece rappresentato un esempio paradigmatico di trasformazione della medicina: da infezione ad alto rischio di trasmissione a condizione oggi quasi azzerata in gravidanza grazie alla terapia antiretrovirale.

Infine, il virus Zika ha riportato l’attenzione sulle infezioni emergenti e sulla globalizzazione dei rischi sanitari, con conseguenze come la microcefalia fetale che hanno reso evidente la rapidità con cui nuovi agenti patogeni possono modificare lo scenario clinico mondiale.

Il messaggio finale della Prof.ssa Liuzzi ha ribadito la necessità di una vigilanza costante: la medicina infettivologica in gravidanza è una disciplina dinamica, in cui prevenzione, diagnosi precoce e aggiornamento continuo restano elementi imprescindibili.


Violenza e salute: il ruolo del Codice Rosa e del soccorso alla vittima

L’intervento della Dott.ssa Bolettieri ha spostato il baricentro dell’incontro sul piano sociale e istituzionale, descrivendo la violenza di genere non come episodio isolato, ma come processo progressivo che attraversa la vita delle donne in forme spesso stratificate e invisibili. «La violenza può essere alla portata di tutti» ha affermato con forza, per sottolineare come non si tratti di situazioni eccezionali, ma di dinamiche che possono emergere in contesti quotidiani.

Spesso il primo step contro l’abuso subito da una donna è il centro antiviolenza (CAV), un luogo neutro e protetto. Un luogo dove la donna può rivolgersi nell’anonimato, ma soprattutto un luogo che è parte di un sistema più ampio. A differenza di uno sportello di ascolto, il CAV non si limita all’accoglienza, ma attiva una rete strutturata che coinvolge forze dell’ordine, magistratura e servizi sanitari.

Un ruolo centrale è stato attribuito ai protocolli di emergenza. Il Codice Rosso, applicato in ambito giudiziario nei casi di violenza domestica e di genere, garantisce un’accelerazione immediata delle procedure investigative e l’ascolto della vittima entro tempi molto rapidi. Il Codice Rosa, invece, attivo nei pronto soccorso, consente un percorso sanitario protetto per le vittime di violenza, con una presa in carico dedicata e la massima tutela della riservatezza. «Basta dire “sono in codice rosa” e la donna viene inserita in un percorso tutelato» ha ricordato la Bolettieri, sottolineando l’importanza della tempestività e della protezione immediata.

La valutazione del rischio, invece, avviene attraverso il modello SARA (Spousal Assault Risk Assessment), uno degli strumenti più utilizzati per stimare la pericolosità dell’autore di violenza e la probabilità di recidiva. Il modello consente di analizzare in modo strutturato la storia della violenza, i comportamenti dell’aggressore e i principali fattori di rischio, orientando così le misure di protezione più adeguate per la vittima. 

Parallelamente, le case rifugio rappresentano una risorsa fondamentale di tutela: si tratta di strutture a indirizzo segreto che garantiscono sicurezza e protezione, offrendo alle donne un percorso graduale di uscita dalla violenza attraverso supporto psicologico, legale e sociale.

Grande attenzione è stata dedicata alla natura multidimensionale della violenza, che non si esaurisce nella componente fisica ma include aspetti psicologici, economici e relazionali. Anche gesti apparentemente minimi possono rientrare in dinamiche di controllo e abuso. Il sistema, tuttavia, non sostituisce mai la volontà della donna: la scelta della vittima resta centrale, accompagnata però da strumenti concreti di sicurezza.

Il messaggio della Dott.ssa Bolettieri è chiaro: la violenza non è solo da contrastare, ma da prevenire culturalmente, attraverso consapevolezza, educazione e sistemi di protezione integrati.


La medicina di genere: nuova chiave di lettura

È nel dialogo tra vari livelli di cura che emerge il punto essenziale: la salute femminile non può essere ridotta a una lettura neutra o semplificata. La pelle, la gravidanza e il contesto sociale non sono ambiti separati, ma sono solo alcune di tutte quelle dimensioni che si intrecciano e si condizionano a vicenda. 

La biologia mostra le differenze, la clinica ne rivela la complessità, la società ne determina le conseguenze. In questo intreccio rientrano anche fattori profondi come la violenza di genere, che incide direttamente sui percorsi di salute, sull’accesso alle cure e sugli esiti clinici, rendendo ancora più evidente quanto la dimensione sociale non sia separabile da quella medica. E solo riconoscendo questo intreccio la medicina può davvero diventare cura.

La medicina di genere non è una specializzazione, ma una prospettiva. È ciò che permette di leggere meglio i dati, interpretare correttamente i sintomi, scegliere terapie più efficaci. Ma soprattutto è ciò che consente di restituire complessità alla salute, evitando semplificazioni che, nel caso delle donne, hanno troppo spesso significato ritardi, sottovalutazioni e cure non adeguate.

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