Paracetamolo: sicuro o pericoloso? Il parere del Prof. Silvio Festinese, Docente UniCamillus

Un recente studio inglese osserva una probabile criticità nell’utilizzo a lungo termine del paracetamolo nei pazienti anziani. Quali sono i limiti di questa ricerca?

Il periodo a cavallo tra inverno e primavera è notoriamente “birichino” in termini di possibilità di contrarre una qualche forma di influenza o raffreddore: sbalzi di temperatura, dubbi sul come vestirsi, piogge inaspettate, ed eccoci lì con fazzoletti di carta e medicinali da banco.

Tra questi, uno dei più utilizzati è il paracetamolo, principio attivo dotato di azione analgesica e antipiretica.


Sicuro, ma non per gli anziani e non a lungo termine

Il paracetamolo è da sempre considerato un farmaco sicuro, e spesso viene raccomandato per la gestione dell’osteoartrite, una condizione cronica dolorosa molto comune tra gli over 65. Tuttavia, lo studio condotto dall’Università di Nottingham – basato su dati di oltre 180.000 pazienti con un’età media di 75 anni – ha evidenziato una correlazione tra l’uso prolungato del paracetamolo e l’aumento del rischio di complicazioni gravi.

Secondo i risultati della ricerca, l’assunzione continuativa del farmaco per sei mesi o più è stata associata a un incremento del:

  • 36% del rischio di emorragie gastrointestinali;
  • 20% del rischio di ulcere peptiche;
  • 19% del rischio di malattia renale cronica;
  • 9% del rischio di scompenso cardiaco;
  • 7% del rischio di ipertensione.

I dati mostrano anche una chiara relazione dose-risposta: più il farmaco viene prescritto e assunto, maggiore è la possibilità di sviluppare effetti collaterali potenzialmente pericolosi.


Risultati scientifici non definitivi: il parere del Prof. Festinese

È importante sottolineare che, trattandosi di uno studio osservazionale, non è possibile stabilire con assoluta certezza un nesso causale diretto tra l’assunzione di paracetamolo e l’insorgenza di queste complicazioni. Tuttavia, i risultati suggeriscono la necessità di una maggiore cautela da parte dei medici nel somministrare il paracetamolo a lungo termine, soprattutto nei pazienti anziani, oltre che di una maggiore consapevolezza in chi lo assume.

Per approfondire l’argomento, abbiamo intervistato Silvio Festinese, Medico Specialista in Cardiologia nonché Docente di Farmacologia presso l’Università UniCamillus.


Secondo lei lo studio condotto dai ricercatori di Nottingham ha utilizzato una metodologia adeguata per trarre conclusioni? O piuttosto crede siano necessari ulteriori approfondimenti?

«Il disegno di questo studio è di tipo osservazionale di coorte condotto su dati provenienti dal ”The clinica Practice Research Datalink”. Spiego meglio cos’è uno studio di coorte osservazionale: si tratta di uno studio in cui i ricercatori osservano per anni un gruppo di persone (coorte). Le coorti sono gruppi di individui selezionati sulla base di determinate caratteristiche condivise e suddivisi in sottogruppi in base alle differenze nella loro esposizione a un particolare agente (in questo caso ad un farmaco) e seguiti attraverso un sistema di misurazione per vedere se sviluppano una particolare malattia o delle complicanze. Negli studi di coorte prospettici, le coorti sono identificate all’inizio dello studio e seguite nel corso del tempo. Detto ciò, la metodologia impiegata risulta adeguata ma, trattandosi di una “osservazione”, le conclusioni sono sempre da intendersi non conclusive bensì spunto per ulteriori e diversi approfondimenti


Gli effetti collaterali riportati a lungo termine erano già noti? Se sì, quali sono le novità?

«Gli effetti collaterali maggiori circa l’uso cronico del paracetamolo quali ipertensione, scompenso cardiaco, insufficienza renale, sanguinamenti del tratto gastrointestinale sono già noti. Questo studio osservazionale ha voluto attirare l’attenzione sui rapporti tra periodo di somministrazione, dosaggio e complicanze maggiori nel paziente anziano. Paziente che, d’altronde, richiederebbe maggiore attenzione in clinica pratica e maggiori studi in ricerca farmacologica.»


Esistono categorie di pazienti che dovrebbero usare il paracetamolo con cautela, o che dovrebbero evitarlo del tutto?

«In primis i bambini e gli anziani: per motivi diversi, entrambi dovrebbero usare il paracetamolo con cautela evitando accuratamente l’autogestione della terapia, e seguendo attentamente le indicazioni del proprio medico curante.»


Esiste un dosaggio massimo sicuro nell’anziano? E cosa si intende per “uso prolungato”?

«I farmaci vengo metabolizzati ed eliminati dal fegato e dal rene: il paziente anziano deve essere sempre trattato alla luce della sua specifica funzionalità epatica e renale. Alla luce di ciò, per ogni farmaco va stabilito il dosaggio più adeguato e sostenibile: questo vuol dire sia evitare di superare il massimo dosaggio sottoponendo il paziente a severi effetti collaterali, ma anche di sottodosare il farmaco esponendo il paziente ad altrettanti gravi rischi e complicanze della patologia da trattare.

Esami ematochimici di routine (creatinina, acido urico, GFR, microalbuminuria, transaminasi, gammagt, bilirubina, emocromo et al.), analizzati tenendo conto di età, sesso, peso, altezza, BMI, circonferenza addominale del paziente, forniscono queste informazioni, per una cura sempre più personalizzata del paziente anziano, spesso anche fragile.»


Alcuni anziani usano il paracetamolo per dolori cronici: esistono alternative più sicure e altrettanto efficaci?

«Diverse linee guida internazionali sulla terapia del dolore (ad esempio di natura ortopedica, neuropatica, oncologica) concordano in prima battuta nell’uso del paracetamolo sino a dosaggi superiori. Step by step si possono poi associare altre molecole, come analgesici del sistema nervoso periferico e centrale. L’importante è sempre contestualizzare la patologia del paziente in questione con un preciso calcolo del rapporto costo/beneficio, e successivamente concordare con lui la scelta. Alternative terapeutiche esistono, però è difficile stabilire e quantificare efficacia e sicurezza tra i diversi trattamenti a confronto: non esistono studi scientifici sufficienti.»


Ritiene che sarebbe utile un maggior controllo sulla vendita del paracetamolo?

«La dispensazione di sostanze/farmaci da banco senza ricetta medica è una questione aperta perché sta ponendo questioni cliniche di non secondaria importanza quali, ad esempio, interazioni farmacologiche, sovraddosaggi, ipersensibilità acquisite, ritardi della diagnosi. Esistono alcuni disturbi che possono verificarsi a causa di un uso improprio di farmaci da banco, come quadri di disturbi elettrolitici, ipervitaminosi, alterazioni ormonali secondarie, ipertensione arteriosa secondaria.»


Quali consigli darebbe a chi assume paracetamolo in modo importante?

«Suppongo che l’uso di un elevato dosaggio di paracetamolo sia sempre conseguenza di un ben determinato quadro clinico: solo una stretta collaborazione con il medico curante potrà evitare/ridurre i rischi degli effetti collaterali del paracetamolo nel paziente anziano cronico, spesso anche fragile. Con l’evolversi della patologia cronica si potrà stabilire il miglior dosaggio, la migliore associazione con altre molecole o l’eventuale sostituzione con altri principi. Personalizzare al massimo le terapie attraverso una “medicina di precisione” sarà una delle prossime avvincenti sfide